Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for the ‘Articoli di giornale’ Category

 di Nello Trocchia – Il Fatto Quotidiano – 10 febbraio 2011

L’entrata in vigore del sistema di tracciabilità del rifiuto è stata prorogata al giugno prossimo, ma intanto sono scomparse le sanzioni per le violazioni nel trasporto di rifiuti pericolosi. (altro…)

Read Full Post »

Durissima presa di posizione di Giulia Maria Crespi, presidente del Fai, sugli ogm. Intervistata, sostiene che la vera ragione per cui l’accordo operativo tra le Regioni per l’applicazione del regolamento sulla coesistenza tra colture ogm e no è che Monsanto, quello stesso giorno, era stata costretta a pubblicare un dossier riservato da cui risultava che gli animali nutriti con mais gm avevano subito danni gravi al fegato e ai reni.

«Finora Zaia è stato un disastro, l’unica cosa che ha fatto è stato aumentare le quote latte, facendo un favore ai suoi leghisti, così anche i Paesi europei hanno preteso di aumentarle e ora più che mai c’è un dramma italiano, perché la concorrenza produce a minor costo. Infatti in italia si stanno chiudendo le stalle a più non posso».

E via di seguito.
Con un accostamento non casuale, stessa pagina taglio basso, spazio all’iniziativa recente di Zaia: panini e insalate in vendita nella catena McDonald’s tutte made in Italy, all’insegna della tracciabilità. Il ministro si è messo in cucina al McDonald’s di piazza di Spagna a Roma, per propagandare il McItaly: carciofi del Lazio e formaggio Asiago dop, olio di oliva extravergine dei Monti Iblei e bresaola della Valtellina igp; un prodotto che verrà proposto anche all’estero. L’ad di McDonalds Italia intanto prevede di vendere 3,6 milioni di panini McItaly nelle prossime settimane.

Fonte Corriere della Sera

Read Full Post »

di Pierluigi Sullo, dalla rubrica Cantieri sociali, in uscita su il Manifesto del 22 gennaio.

Sarebbe grottesco, se non fosse un dramma. Immaginate un presidente di Regione, il sindaco della capitale di quella regione, il presidente della Provincia, tutti i media locali e nazionali [inclusa la Repubblica, all´opposizione di Berlusconi su tutto ma non su questo], tutti i partiti salvo minime eccezioni, e poi un plenipotenziario «tecnico» che, ormai lasciato nudo dall´opposizione della Comunità montana, manda in giro camper per spiegare la cosa alla gente ma in realtà trivelle scortate da plotoni di poliziotti in assetto da combattimento per fare buchi a caso.

Se non si fosse inteso, si parla di Alta velocità ferroviaria in Val di Susa, e dell´ipotesi di tracciato che l´Italia deve depositare a Bruxelles entro fine gennaio per non perdere certi finanziamenti. Il tracciato lo si improvvisa con quei metodi, fingendo di fare sondaggi e carotaggi allo scopo di accertare se qui o là si potrà scavare per costruire il famoso tunnel da 50 chilometri o giù di lì. Il tutto accompagnato dall´isteria dello «sviluppo» che deve procedere a tutti i costi, anche passando sui corpi dei valsusini, sui loro paesi, sul loro paesaggio già invaso da un paio di statali, una linea ferroviaria e un´autostrada. Cittadini che infatti reagiscono, come fanno da quindici anni, in modo civile e irremovibile: organizzando dibattiti e cortei, creando presidi nei luoghi minacciati di carotaggio [uno dei quali è stato nottetempo incendiato da ignoti], occupando l´autostrada, se occorre, o una stazione [e le ferrovie bloccano tutti i treni].

Ci sono due cose sorprendenti, in questa vicenda. La prima è l´ottusa ostinazione con cui tutta la politica e tutte le istituzioni [e, spiace dirlo, la Cgil al completo salvo la Fiom] insistono sulla necessità dell´orrendo tunnel, che distruggerebbe la valle e non serve a nulla. E´ la stessa sordità a soluzioni alternative che spinge a fare un tunnel sotto Firenze, con costi enormi, pericoli altrettanto grandi e tempi lunghissimi, sempre per far correre la Tav. O che ha devastato l´Appennino tra Firenze e Bologna. Come se anche l´ultimo viaggiatore natalizio, o pendolare, non avesse capito benissimo, avendolo sperimentato, quanto il gigantesco spreco dell´Alta velocità abbia ammazzato le ferrovie di prossimità, quelle più utili alla vita di tutti, come la stessa Regione Piemonte dice con un certo furore alle Ferrovie. Ma che ci volete fare? L´idiozia ufficiale è tale che per abbassare le emissioni di CO2, dopo aver «incentivato» le automobili e rotto le scatole a un mucchio di gente con centrali fossili e rigassificatori, ora si ri-scopre il nucleare.

Da cosa dipende questa ottusità? Da un misto di affarismo sfacciato e di ideologia paleo-industriale, con il corollario della convinzione che i media creino la realtà, alla quale i politici debbono poi adeguarsi, rafforzando così la convinzione dei media, e così via, in un circolo vizioso infinito. Questa è la storia dei «clandestini», per esempio.

(altro…)

Read Full Post »

Blitz del Noe, quattro denunce. Nelle condotte del biogas 450mila metri cubi di percolato

Un fiume di veleni nelle viscere di Pianura. Devastante, si è insinuato nel terreno per anni, inquinando e distruggendo una delle terre più fertili della Campania: aree verdi incastonate tra il Parco metropolitano delle Colline di Napoli e il Parco regionale dei Campi Flegrei. Quel veleno ha un nome: «percolato». E un liquido che si origina dall´infiltrazione di acqua nella massa dei rifiuti o dalla decomposizione degli stessi. Oggi un´inchiesta avviata dalla Procura all´indomani degli scontri di piazza avvenuti a Pianura – in piena emergenza rifiuti – è giunta ad una prima conclusione: dal 2001 ad oggi, il percolato che avrebbe dovuto essere prelevato dai cinque diversi invasi che compongono la discarica di Contrada dei Pisani, anziché essere smaltito sarebbe, stato riversato nella viscere della terra.
E uno scenario inquietante quello che emerge dalle prime consulenze consegnate al pubblico ministero Stefania Buda. L´inchiesta avviata per verificare l´insorgenza di malattie anche gravi, come neoplasie e leucemie che pare siano cresciute nel quartiere della periferia occidentale in maniera esponenziale negli ultimi anni, approda a un punto cruciale. I carabinieri del Noe – il nucleo specializzato nel perseguire i reati ambientali – coordinati dal vicecomandante Antonio Rusciano, hanno denunciato cinque persone: avrebbero avuto secondo l´accusa un ruolo determinante nella violazione della normativa sullo smaltimento di rifiuti pericolosi. Nel mirino degli investigatori è finita la «Elettrica», società a responsabilità limitata che avrebbe dovuto garantire le operazioni di smaltimento di ben 400mila metri cubi di percolato. Ma dalle consulenze emerge la bonifica non è mai partita. (altro…)

Read Full Post »

Il tour DEI RIFIUTI
ECCO COSA SI NASCONDE DIETRO LA FINE DELL’EMERGENZA
 
di Adriana Pollice, il Manifesto 21 novembre 2009

A Taverna del Re c’è la «cittadella delle ecoballe», alla foce dei Regi lagni vengono abbandonati i residui della raccolta differenziata. E ad Acerra l’unico inceneritore costruito funziona a singhiozzo. Viaggio in una regione dove la spazzatura rischia di rispuntare dal tappeto fatto stendere da Berlusconi e Bertolaso.

L’emergenza rifiuti in Campania è finita. Il premier ha fatto la sua macumba davanti alle telecamere e le tv sono passate a occuparsi d’altro. Allora il Coordinamento regionale rifiuti, che riunisce molte associazioni del territorio, si è autotassato per organizzare il secondo Spazzatour, invitati in prima file i corrispondenti esteri delle principali testate europee. È bastato sfilare lungo la bretella di collegamento verso Pomigliano d’Arco o nell’agro aversano per osservare come la terra dei fuochi continui a bruciare: «A Casaluce, Frignano, la tecnica è sempre la stessa – spiega Anna Fava – Si fanno piccoli cumuli con i rifiuti industriali, spesso anche eternit, poi per evitare esplosioni si copre con residui della lavorazione della carta o stracci, su tutto vanno gli pneumatici. Così si è sicuri che il fuoco prenda e bruci a lungo, quello che resta sono colline di ceneri tossiche». A Taverna del Re, nel giuglianese, c’è la cittadella delle ecoballe: un cumulo di rotoli di rifiuti ammassati, gli involucri di plastica a brandelli, immersi in un lago di percolato. Le foci dei Regi Lagni sono un monumento alla spazzatura: vengono abbandonati i residui della raccolta differenziata della plastica e della carta, quando la marea sale l’immondizia prende il largo facendo spazio per un altro carico.
  (altro…)

Read Full Post »

Il governo blinda il decreto Ronchi. Ronchi: “Vogliamo velocizzare”
Stabilita la liberalizzazione dei servizi pubblici locali, il pubblico sotto il 30%

Acqua privatizzata, via alla fiducia
L’opposizione: “Saliranno i prezzi”

La Lega in difficoltà: “Votiamo ma non ci piace”

ROMA – Via libera alla privatizzazione dell’acqua. Il governo, per la 28esima volta, pone la fiducia sul decreto salva-infrazioni che contiene anche la riforma dei servizi pubblici locali, compresa l’acqua. E scatena l’ennesima bagarre con l’opposizione. A cui le motivazioni del ministro per i rapporti con il Parlamento Elio Vito (“scelta per velocizzare i tempi”) non bastano. Anche perché di tempo per l’esame della Camera ce n’era: il decreto, che l’esecutivo considera blindato, scade fra una settimana.

Tema del contendere è il cosidetto ‘decreto Ronchi’ che stabilisce la liberalizzazione dei servizi pubblici locali, prevedendo tra le altre cose che la quota di capitale in mano pubblica scenda sotto il 30%, lasciando spazio ai privati. Il provvedimento rende di fatto obbligatorie le gare per l’affidamento dei servizi da parte degli enti locali e vieta, quindi, salvo per casi eccezionali, l’assegnazione diretta a società prevalentemente pubbliche e controllate in maniera stringente dall’ente locale affidatario. A partire dal 31 dicembre 2010 quindi, le concessioni frutto di una assegnazione diretta cessano.

La liberalizzazione, inoltre, riguarda tutti i servizi pubblici locali, escluso il gas, il trasporto ferroviario regionale e la gestione delle farmacie comunali. Prevedendo tempi ‘piu’ dilatati per quanto riguarda i rifiuti.

Durissima la reazione dell’opposizione. Angelo Bonelli dei Verdi lancia l’idea di un “referendum” per dire no all’acqua in mano ai privati. “Pochi grandi gruppi faranno affari d’oro a discapito dei cittadini che subiranno l’aumento delle tariffe dell’acqua” spiega Marina Sereni del Pd. Per Massimo Donadi dell’Idv quella attuale è una maggioranza “appecoronata felice di non lavorare per un giorno”. Mentre Michele Vietti (Udc) ricorda come il testo sia stato per troppo all’esame del Senato. Una circostanza condivisa anche da Simone Baldelli del Pdl, secondo cui “servono regole certe sui tempi certi per l’esame dei provvedimenti”. Ma anche la lega non nasconde le perplessità. “Voteremo la fiducia – dice il vicepresidente dei

deputati del Carroccio, Marco Reguzzoni – ma avremmo voluto migliorare il testo per farlo corrispondere con la sua posizione storica a favore dell’acqua pubblica”. Ora il Carroccio preannuncia la presentazione di un ordine del giorno al decreto, e non esclude la presentazione di modifiche già in finanziaria.

Il voto di fiducia ci sarà domani alle ore 15, mentre quello finale è previsto per le ore 13 di giovedì, dopo le dichiarazioni di voto in diretta tv.

Read Full Post »

Guerra dell’acqua in Parlamento – “Deve restare un bene comune
di Paolo Rumiz – 5 novembre 2009 – la Repubblica


Con le reti idriche allo sfascio, l’Italia accelera la privatizzazione dell’acqua. Il Parlamento sta discutendo la legge che obbliga a mettere in gara i servizi e ridurre a quote minoritarie la mano pubblica nella gestione, ma nessuno sa dove trovare le risorse per ricuperare questo pazzesco “gap” infrastrutturale.

I lavori necessari ammontano a 62 miliardi di euro: una cifra enorme, come dieci ponti sullo Stretto. Questo mentre 8 milioni di cittadini non hanno accesso all’acqua potabile, 18 milioni bevono acqua non depurata e le perdite del sistema sono salite al 37%, con punte apocalittiche al Sud. Sono più di vent’anni che si investe al lumicino, non si costruiscono acquedotti e la manutenzione di quelli esistenti è quasi scomparsa dai bilanci. Un quadro da Terzo Mondo. Il rischio è di lasciare in eredità ai nostri figli un patrimonio di acqua inquinata da industrie, residui fognari, chimica, arsenico o metalli pesanti.

Di fronte a questo allarme concreto sembra sollevarsi nient’altro che il solito polverone. Uno scontro di “teologie”: con una maggioranza che crede nell’efficacia salvifica della gara d’appalto e della quotazione in Borsa, e una minoranza che invoca il principio assoluto dell’acqua “bene comune”. In mezzo a tutto questo, schiacciata fra le scorrerie dei partiti e gli appetiti finanziari dei privati, una miriade di Comuni virtuosi che finora hanno gestito i servizi a basso costo e in modo eccellente, e non intendono alienare “l’acqua del sindaco”, intesa come ultima trincea del governo pubblico del territorio.


Nell’agosto 2007 Tremonti aveva già sparato un decreto per la privatizzazione, ma si era rivelato cos carente che non era stato possibile emanare i regolamenti. Oggi si tenta il bis, con una spinta in più verso i privati. Stavolta è d’accordo anche la Lega: la quota della mano pubblica dovrà scendere al 30%. Insomma, che i Comuni in bolletta vendano tutto quello che possono. Facciano cassa, subito. E non fa niente se qualcuno grida al furto e il Contratto mondiale per l’acqua – ultima trincea del pubblico servizio – minaccia fuoco e fiamme.

“In nessun’altra parte d’Europa – attacca il presidente Emilio Molinari – si vieta alla mano pubblica di conservare la maggioranza azionaria. Il rischio è che tutto finisca in mano delle grandi Spa e alle multinazionali. E se il servizio non funziona, invece che al tuo sindaco dovrai rivolgerti a un call center”.
Contro il provvedimento s’è scatenata una guerra di resistenza. In Puglia il presidente della regione Niki Vendola s’è messo in collisione con gli alleati del Pd, ed ha non ha solo annunciato di voler far ricorso contro la privatizzazione, ma ha deciso di ripubblicizzare l’acquedotto pugliese, il più grande e malfamato d’Europa (si dice che abbia dato più da… mangiare che da bere ai pugliesi). Al grido di “l’acqua è una cosa pubblica” ora si tenta la storica marcia indietro, anche se non si ha la più pallida idea di chi (la Regione?) pagherà i debiti del carrozzone. (altro…)

Read Full Post »

ACERRA, DI NUOVO FERMO IL TERMOVALORIZZATORE
di Raffaele Pirozzi e Giuseppe Biasco 

Due giorni fa, il presidente del Consiglio Berlusconi, con un proprio decreto ha disposto il blocco del Termovalorizzatore di Acerra per tutto il mese di Novembre. La linea 3 dell’impianto non riesce a funzionare come si deve, mentre le altre due linee non garantiscono emissioni a norma. L’imponente impianto che avrebbe dovuto bruciare un terzo dei rifiuti prodotti nella Regione, non funziona, ovvero, non ha mai funzionato!

Eppure il 26 Marzo scorso era andata in scena la grande manifestazione della efficienza del Nord, con la quale era stato possibile far partire un sistema di smaltimento che i meridionali di sinistra non erano stati capaci di attivare. Alla presenza del sindaco di Milano, Letizia Moratti, il premier aveva premuto il bottone che avrebbe fatto partire il termovalorizzatore di Acerra.

In quella occasione, tutti affermarono che quell’impianto avrebbe rappresentato la soluzione di tutti problemi dello smaltimento dei rifiuti in Campania. Non era un caso che l’imprenditoria del nord, correva ancora una volta in aiuto delle popolazioni del Sud, incapaci di gestirsi da sole. L’Impregilo e la società A2A di Brescia erano gli eroi di un processo che avrebbe rappresentato una innovazione importante nello sviluppo della Regione, ed un esempio per il paese.

Purtroppo, quella rappresentazione è rimasta una fiction televisiva, perché la società di Brescia ha verificato che l’impianto non funziona, che ci sono errori gravi commessi nella progettazione e nella realizzazione del complesso sistema di incenerimento dei rifiuti. Tutte le denuncie fatte dai cittadini si sono verificate giuste: l’impianto era vecchio e superato, non era in grado di rispettare le nuove norme sulle emissioni di gas prodotti dalla combustione. I cittadini dei comitati di lotta hanno sempre denunciato che il rischio di produrre diossina era elevato, anche perché la spazzatura trattata nei CDR era indifferenziata e non utile per il processo di termovalorizzazione. (altro…)

Read Full Post »

Alessandra Farkas – 21.10.09(http://route66.corriere.it/2009/10/la_bistecca_che_distrugge_il_p.html)

COW-Button-thumb-370x370NEW YORK – L’impatto ambientale del consumo di carne è molto più devastante di quanto non si sia pensato fino ad ora. Lo affermano gli scienziati americani Robert Goodland e Jeff Anhang, co-autori di Livestock and Climate Change, uno studio pubblicato sull’ultimo numero dell’autorevole World Watch magazine dove affermano che oltre metà dei gas serra (o GHG) prodotti oggi dall’uomo sono emessi dagli allevamenti industriali di bestiame. Già nel suo dossier del 2006, Livestock’s long shadow (La lunga ombra del bestiame), la Fao aveva attestato come il settore della produzione di carne sia causa del 18% delle emissioni totali di gas serra dovute alle attività umane: una percentuale simile a quella dell’industria e molto maggiore di quella dell’intero settore di trasporti (che ammonta a un 13,5%). Ma secondo le più recenti rilevazioni effettuate da Goodland e Anhang, il bestiame e i suoi sottoprodotti immettono nell’atmosfera oltre 32.6 miliardi di tonnellate di biossido di carbonio all’anno, ovvero il 51 % delle emissioni di GHG prodotte annualmente nell’intero pianeta. La carne presente nella nostra dieta è responsabile, insomma, dell’immissione in atmosfera di una quantità di gas serra – anidride carbonica (CO2), metano, ossido di azoto e simili – ben maggiore di quella immessa dai mezzi di trasporto o dalle industrie. Il motivo? Per la produzione di 225 grammi di patate si emette una quantità di CO2 pari a quella generata dal guidare un’auto per 300 metri. Per la stessa quantità di asparagi, è come guidare la stessa auto per 440 metri. Per la carne di pollo, molto di più: 1,17 km, per il maiale 4,1 km, per il manzo 15,8 chilometri. La conclusione dei due ricercatori è drastica quanto inevitabile: “Per invertire il devastante trend che sta inesorabilmente modificando il clima del pianeta Terra basterebbe sostituire i prodotti animali con quelli a base di soia o di altre colture vegetali. “Questo approccio avrebbe effetti molto più rapidi sulle emissioni di GHG e sull’effetto serra di qualsiasi altra iniziativa per rimpiazzare i combustibili fossili con energia rinnovabile”, affermano i due esperti. Non si tratta, insomma, dell’ennesima moda alimentare o imperativo etico-religioso ma di una condicio sine qua non per assicurarsi che il nostro meraviglioso pianeta esista ancora per i figli dei nostri figli. Prima che sia troppo tardi.

(inoltrato, il 21.10.09, da Nicola Sguera sulla lista di discussione “beneventoecosolidale@yahoogroups.com“)

Read Full Post »

Filosofia verde
Scritto da Ubaldo Nicola
Tratto da Diogene N° 15 Editoriale

Ci sono pensieri inquinanti e pensieri sostenibili? Il profeta della
lotta al riscaldamento globale, _Al Gore, accusa la filosofia
occidentale di aver allevato un uomo narcisista e superbo, che
credendosi signore del mondo scorrazza come un predone provocando
devastazioni ovunque arrivi_. E poi ci mettiamo a parlare di foreste
vergini e luoghi incontaminati, implicitamente rassegnati all’idea che
gli unici luoghi non sfigurati siano quelli dove non abbiamo ancora
messo piede. Aristotele, Bacone, Cartesio, un po’ tutti i padri
spirituali del razionalismo vengono messi sotto processo: l’imputazione
è di averci fatto perdere l’antica saggezza del vivere in armonia con la
natura, per inseguire il delirio di onnipotenza di chi vuole rifare la
Terra a sua immagine e somiglianza.

Atteggiamento riassumibile in un termine: antropocentrismo, un fattore
che inquina le menti predisponendo un terreno fertile per
l’irresponsabilità ambientale, tanto quello che conta è solo l’uomo,
anzi, l’utile più immediato, per non dire il capriccio. Perché non si
inceppi il ciclo depredazione-consumo-rifiuti c’è bisogno di una
mentalità che lo consideri il “normale” modo di soddisfare i nostri
bisogni. (altro…)

Read Full Post »

Crollo del centralismo ideologico:
identità locale e informazione orizzontale come modello culturale per il XXI secolo

di Alessio Masone e Tullia Bartolini

Negli anni sessanta e settanta, il mondo delle università costituiva l’epicentro dei fermenti culturali e innovativi della nostra società. Al contrario, in questo inizio di secolo, di fronte alle emergenze recessive, occupazionali, ambientali e democratiche, le sedi universitarie non sono luoghi di confronto capaci di imprimere alla società una svolta risolutiva.

Questo stesso limite è da attribuire anche ad altre figure, quali l’intellettuale, il politico e il giornalista: tutte accomunate dal non possedere gli strumenti per analizzare ed affrontare il cambiamento sociale in corso. 

Tra le tante ragioni di questa incapacità, c’è sicuramente il vuoto delle ideologie che si è formalizzato con il crollo del Muro di Berlino. Ma, a ben vedere, le figure in crisi sono accumunate anche da un’identica strategia operativa: il centralismo e il verticismo, tipici della concentrazione della produzione di beni. Essi hanno strutturato, fino ad oggi, anche la modalità di circolazione dei valori e delle esperienze nel mondo della cultura e della politica.

Probabilmente, unitamente all’incapacità reattiva delle grandi imprese di fronte al declino di quel modello di sviluppo che proliferava centralizzando la produzione e le popolazioni in grandi agglomerati urbani, anche tutti i luoghi deputati all’analisi di una società in cambiamento (come le università, i giornali, il parlamento, i partiti, tutti strutturati verticisticamente) non sono più in grado di dare risposte. (altro…)

Read Full Post »

Suggerito, sulla lista di Benevento EcoSolidale, da Nicola Sguera.

Occupati come siamo a cercare di capire in che maniera Luigi Napoleone Berlusconi cercherà di uscire dalla quantità di trappole in cui si è cacciato, se con una qualche forma di colpo di stato o congedandosi educatamente, rischiamo di non vedere la rivoluzione che sta accadendo intorno a noi. Non la vediamo, aggiungo, nemmeno quando vi partecipiamo. E certo «rivoluzione» sembra una parola grossa. Eppure: i capelli lunghi e i pantaloni «a zampa di elefante», insomma i cambiamenti nel modo di vivere dei giovani di metà anni sessanta non furono forse i segnali che qualche grossa valanga sociale stava per cadere? Prendiamo ad esempio l’indagine secondo la quale nell’ultimo periodo un italiano su due [il 53 per cento] ha cambiato le sue abitudini di consumo, visto che «tende ad abbandonare – fa sapere la Coldiretti, che ha commissionato l’inchiesta alla Swg di Trieste – il dettaglio fisso tradizionale per privilegiare i mercati rionali, le bancarelle e soprattutto gli acquisti diretti dai produttori», il che significa «farmers market», cioè i mercati gestiti direttamente dai produttori, e i Gruppi d’acquisto solidale [Gas], forme di commercio e consumo alternativi che hanno avuto nell’ultimo anno un vero e proprio boom. Esplosione che non si spiega solo con la crisi economica, ovvero con la ricerca di prodotti a buon mercato, ma anche e forse soprattutto con l’aspirazione concreta a uno stile di vita che migliori sia il benessere individuale che quello sociale e ambientale.

La «tempesta perfetta», la somma di crisi climatica, economica e democratica, sta producendo i suoi effetti, anche in forma positiva. Così accade che quel che volonterose e intelligenti pattuglie hanno cominciato a fare già da diversi anni, come il commercio equo, l’agricoltura biologica o appunto i gruppi d’acquisto solidali, e che parevano ai più [sinistre in testa] interessanti esperimenti inevitabilmente messi in minoranza dalla monocultura del supermercato e della produzione industriale, sono diventati nel frattempo i pilastri di un fenomeno di massa, di una rivoluzione appunto che sta cambiando profondamente le abitudini, le relazioni tra le persone e lo stesso lavoro dei produttori. Come nel caso di quella rete di Gas milanesi che non si è limitata a comprare prodotti agricoli, ma ha commissionato ad agricoltori piemontesi la coltivazione, su terreni da tempo abbandonati, di quella certa qualità di patate ormai cancellata dalla omologazione forzata: uno tra miriadi di esempi. (altro…)

Read Full Post »

Ho scannerizzato questo articolo apparso su «Carta» della scorsa settimana.
Nicola Sguera

L’agricoltura senza trivelle
(da «Carta», 20-26 giugno)

Per produrre un chilo di carne con le tecniche agricole attuali, che fanno ampio ricorso a fertilizzanti chimici, antiparassitari e macchine agricole, occorrono sedici litri di benzina. Secondo l’Istat il consumo di carne in Ita­lia è di ottanta chili a testa: una famiglia di quattro persone, che ne mangia 320 chilogrammi l’anno, consuma più di 5mila litri di benzina, quanta ne occorre per percorrere da 50 a 75 mila chilometri in auto. Il passaggio a una dieta vegetaria­na, osserva Maurizio Pallante nella prefazione del Manuale di sopravvivenza alla fine del petrolio [di Albert K. Bates, Aam Terra nuova], oltre ad apportare grandi miglioramenti in termine di salute, consentirebbe di ridurre i consumi di fonti fossili in misura più rilevante di quanto si potrebbe otte­nere dal blocco totale del traffico au­tomobilistico privato. Basterebbe ri­durre della metà il consumo di carne per ottenere risultati importanti.

Ripensare l’agricoltura, dunque, conviene non solo per avere cibi più buoni, più sani e più equi. Le vie d’uscita in questo caso si chiamano agricoltura biologica [senza chimica e Ogm], filiera corta e cortissima, [auto-produzione, gruppi di acquisto solida­le e i mercati locali], agricoltura urba­na, sovranità alimentare, biodiversi­tà, autonomia energetica delle azien­de agricole. Nelle quali non è difficile produrre energia da micro-impianti eolici e solari, e persino dal letame.

Un modo di lavorare la terra che coinvolge contadini, amministratori, commercianti del nord e del sud del mondo e soprattutto cittadini consu­matori, In grado di scegliere e dl re­cuperare la capacità di trasformare e di conservare il cibo attraverso i saperi che l’immaginario consumista ha imposto di dimenticare per favori­re il bisogno di acquistare al super­mercato cibo pronto, non di stagione, proveniente da regioni lontane e dif­fuso dai giganti dell’agroindustria.

Se è impossibile quantificare i nu­meri dell’autoproduzione, è invece più facile leggere i dati della rete dei Gruppi di acquisto solidale: i Gas in Italia sono quattrocento, ma diverse centinaia sono quelli non censiti, e so­no in crescita. Cosi come, nonostan­te il moltiplicarsi di centri commer­ciali, sempre più persone fanno la spesa nel mercati di quartiere.

Anche la storia di Michael Able­man, segnalata dal manuale di Bates, dice qualcosa dell’agricoltura infor­male destinata a crescere con la fine del petrolio: Michael insieme ad altri coltiva alcuni ettari di terra a Los An­geles, raccoglie pomodori, meloni e zucche dove c’erano asfalto e spazza­tura. l’esperienza di Los Angeles è og­gi un punto di riferimento importan­te per il movimento internazionale dell’agricoltura urbana. In Europa ci sono decine di migliaia di orti urbani in città come Berlino, Copenaghen, San Pietroburgo. A Vancouver, in Ca­nada, una famiglia su due autoprodu­ce così il proprio cibo, per non parla­re di altri continenti e città, dal Cairo, dove oltre un quarto delle famiglie alleva animali, ad Accra e Shanghai.

L’agricoltura non fossile è anche quella raccontata nel documento fina­le di Terra Preta, il forum sulla crisi alimentare mondiale, promosso da reti contadine e ong a Roma, in paralle­lo al vertice Fao e qualche giorno pri­ma del congresso mondiale del biolo­gico di Modena [18-20 giugno, orga­nizzato anche da Aiab, l'Associazione italiana per l'agricoltura biologica]: realizzare una produzione agricola basata sulla piccola proprietà e preva­lentemente per il consumo locale; combattere la speculazione finan­ziaria dei “futures” delle derrate ali­mentari; promuovere lotte contro le importazioni forzate di frumento, ma anche contro produzione ed espor­tazione di agro-carburanti imposte da imprese transnazionali e Wto.

Read Full Post »

Penso sia necessario innestare quello che andiamo facendo su scala locale in un contesto globale. Allego, dunque, due articoli annunciati: quello di Sullo e quello di Viale, apparsi sul “manifesto” di due giorni fa.
Nicola Sguera.

La borsa crolla: siamo contenti?
di Pierluigi Sullo

Con mia grande sorpresa, mi ha telefonato un giornalista del Corriere della Sera. Chiedeva il mio parere sulla crisi finanziaria globale. Ma io non sono un economista né un analista finanziario, mi sono detto. Poi ho capito che il gentile redattore del Corriere voleva sapere se io, o noi di Carta, in quanto «no global» (come dicono loro) fossimo malignamente contenti del fatto che tutta l’impalcatura finanziaria sta venendo giù proprio come il movimento altermondialista aveva predetto. Non so se di questa conversazione si troverà traccia sul Corriere che esce oggi, perciò riferisco la mia risposta: no, non sono per niente contento, perché a rimetterci è come al solito la gente comune, e caso mai provo una certa rabbia, perché ricordo di aver partecipato a un forum su questo tema a Genova, nel luglio del 2001, dopo di che fummo presi a manganellate o peggio. Ho aggiunto che gli stati, e le loro banche centrali, si comportano come un tale che regala soldi non suoi a un giocatore di casinò che si è rovinato perché continui a giocare. E che dunque non c’è speranza che gli stati decidano di rovesciare sui piedi il sistema finanziario, e ci vorrà – purtroppo – un gran trauma sociale per convincere noi tutti a cercare altre strade. Ho aggiunto che l’unico vantaggio di questa situazione, forse, è che diventa evidente agli occhi di tutti la differenza tra l’economia virtuale e drogata della finanza e il valore d’uso delle cose. Ho detto infine (lo so, ai giornalisti bisogna dire solo battute veloci) che il governo Berlusconi, incitato tra gli altri dal Corriere della Sera, ha appena deciso che tutti i servizi pubblici devono essere privatizzati in nome dell’efficienza e così via, ciò che consegna l’acqua, i trasporti pubblici e altri servizi essenziali alla nostra vita nelle mani di quegli stessi giocatori d’azzardo.
Perché riferisco questo colloquio? Perché mi pare ovvio che si sia arrivati a un dunque, che forse, come ha scritto Riccardo Petrella in un articolo, pubblicato in questa pagina e che sarà sul prossimo settimanale di Carta (che alla crisi finanziaria dedica un dossier molto ampio), il crollo delle borse è «una buona notizia», perché trascina con sé la meta-ideologia che ci ha soffocato da trent’anni a questa parte e perché propone con urgenza di cercare altre strade. Ma è sicuro che arrivarci costerà fatica e sofferenza a miliardi di esseri umani, che dovranno, oltre a cercare di sopravvivere, inventare un qualche altro sistema per decidere insieme. E è altrettanto certo che non serve il coro di sospiri di sollievo di sinistra che ha accolto i 700 miliardi di dollari che il governo degli Stati uniti ha gettato sul tavolo della roulette (senza successo, per altro), decisione che dimostrerebbe come lo stato torna a comandare sull’economia. E’ noto come le tragedie si ripresentino, quando lo fanno, in forma di farsa: l’intervento delle banche centrali è una cattiva commedia, perché fa fare agli stati la figura dell’investitore di borsa deficiente, che compra i titoli spazzatura (o «tossici») pur sapendo che sono tali, invece che impiegare quei soldi – per dire – nell’acquisto delle case i cui mutui i cittadini non riescono a pagare, sostenendo in un colpo solo le banche e le famiglie indebitate. A me non pare un gran controllo pubblico, anzi mi sembra l’opposto: il controllo privato sui soldi dei contribuenti. Ma se fosse vero che il valore d’uso delle cose (uso questo linguaggio di sinistra per farmi capire anche dagli adoratori dello stato) si separa bruscamente, agli occhi di molta gente, da quello finanziario, e cioè si diffonde l’idea che quel che è essenziale alla vita della comunità va protetto dal mercato capitalista, allora bisognerebbe notare che questo processo è già in atto, nella forma dell’auto-organizzazione – crescente – della produzione e distribuzione di beni, da quelli alimentari a vari servizi, ecc. Ovvero: la ciambella di salvataggio dall’implosione di un sistema in se stesso dissennato non è in una sua «moderazione» e controllo da parte di stati che sono ormai connaturati a quel sistema, ma nell’appropriazione da parte della società dell’economia, parola che etimologicamente – suggerisce Latouche – significa «cura della casa».Post scriptum. Il nostro appello a abbonarsi sta avendo un buon riscontro. 5 mila abbonamenti consentirebbero a Carta di sopravvivere al tentato omicidio. Se fate un abbonamento biennale, scommettete con noi sul futuro.

Read Full Post »

Camillo Campolongo, l’amore per la natura nonostante le cavallette

Non sono un naturalista professionista, nel senso che ho studiato Fisica, ma la passione per le scienze naturali l’avevo fin da ragazzo, anzi da bambino. Tuttavia, ricordo che sfogliando libri ed enciclopedie a quell’età avevo un tale ribrezzo per gli insetti da non riuscire a toccare (a leggere sì) le pagine con loro illustrazioni. Figuriamoci quando ero in compagnia di altri bambini che catturavano audacemente innocue cavallette, afferrandole per i lunghi femori…

Coltivare la passione per la natura non è stato facile, in particolare a Benevento, perché bisognava fare quasi tutto da autodidatta negli anni ’70 ed ’80: senza Internet, pochi testi (che non era facile trovare in libreria), qualche trasmissione televisiva di Piero Angela, Folco Quilici o Jacques Costeau. Superai questo isolamento forzato grazie ad alcuni fatti significativi: l’iscrizione al WWF (1977), che mi consentiva di ricevere periodicamente il giornalino che riportava le emergenze naturali ed ambientali internazionali e le battaglie dell’Associazione; la fondazione delle riviste Airone ed Oasis (primi anni ’80), che, ispirandosi al National Geographic, portarono alla ribalta una quantità di notizie ed informazioni su natura ed ambiente inimmaginabile fino a pochi anni prima; un corso di birdwatching seguito a Napoli durante gli studi universitari, che mi fece conoscere un bel gruppo di ornitologi campani con i quali abbiamo condotto varie campagne di ricerche e studi a carattere scientifico.

Ogni tanto qualcuno mi chiede quale ruolo io abbia nel WWF e quanto guadagni, rimanendo un po’ sorpreso dalla mia risposta che si tratta di un impegno assolutamente volontario e, quindi, senza nessuna retribuzione, mentre mi guadagno da vivere facendo l’informatico. Certo, qualche privilegio di tanto in tanto mi è concesso: visitare una Riserva Naturale Statale senza accompagnatori, partecipare ad un convegno sedendosi al fianco di un Ministro, scrivere un pezzo per una prestigiosa rivista (come Bmagazine!) o essere contattati dalla RAI per una notizia giunta in redazione. Ah, dimenticavo la nomina nel Consiglio Direttivo del Parco del Taburno-Camposauro in rappresentanza dell’Associazione!

Effettivamente, se tale impegno fosse retribuito, si potrebbero (o dovrebbero) fare molte più cose: fornire supporto legale a chi vuole denunciare un abuso, sostenere con documentazione scientifica le battaglie dei comitati locali (quando non sono strumentali), fornire supporto alle scuole ed agli Enti pubblici per attività di educazione ambientale, collaborare con le forze di polizia per la vigilanza ambientale e venatoria, organizzare eventi ed iniziative di sensibilizzazione e raccolta fondi. Tutte attività che sono svolte volontaristicamente, quando e come si può, perché gli attivisti (non solo per il WWF Sannio) sono pochi.

Mi sarebbe piaciuto lasciare evolvere la soddisfazione dell’esperienza ambientalista, tuttavia, nell’impegno politico, ma le esperienze avute sono state molto deludenti: primo perché all’elettorato (almeno quello sannita) interessa poco un curriculum eco-volontario e secondo perché l’organizzazione di un partito è finalizzata alla rappresentanza negli Enti (e quindi alla conquista di nomine ed incarichi) di tutti i livelli, dal consigliere comunale al Ministro. Il mondo politico, purtroppo, è ancora troppo auto-referenziale per poter rappresentare una classe dirigente degna di questo nome, capace di assumersi impegni chiari e di lavorare (anche fisicamente) per raggiungere il risultato.

Camillo Campolongo

Read Full Post »

di CARLO PETRINI

L’agricoltura in Italia determina la formazione del 15% del Pil relativo all’agroalimentare, dà lavoro al 4% della popolazione occupata. Gli addetti sono in costante calo: 901mila nel 2008, 924mila del 2007 e 982mila nel 2006. I giovani sono il 2,9% del totale, anche qui, di lunga molti meno che in Francia e Germania (7,5% circa in entrambi i Paesi). Sono dati che dovrebbero calamitare l’attenzione non solo di chi governa, ma in generale di chi vuole comprendere e analizzare le pieghe dell’attuale crisi e, allontanandosi dagli slogan, provare a capire come sta funzionando il Paese in questo periodo, come si stanno comportando le persone, le aziende, i consumi, le vite reali.
Invece un malinteso senso della modernità e del business porta ormai molti politici ad allontanarsi sempre più dalla considerazione dei territori e delle loro peculiarità ed esigenze, per riferirsi esclusivamente ai mercati per lo meno nazionali, ma preferibilmente internazionali. Il che significa filiere lunghissime, trasporti, monocolture, grande distribuzione, necessità di input chimici per le coltivazioni, apertura agli Ogm. Significa, sostanzialmente, ulteriore industrializzazione del modello agricolo: grandi quantità, uniformità, concentrazione e priorità alle esigenze di chi vende piuttosto che a quelle di chi coltiva e consuma. La parola magica è “competitività”, e quindi “export”, ovviamente riferito al “made in Italy”. (altro…)

Read Full Post »

Alla Associazione Nazionale Magistrati – Roma

“Signor Presidente,
Le comunico, con questa mia, l’irrevocabile decisione di lasciare l’Associazione Nazionale Magistrati.
Il plauso da Lei pubblicamente reso all’ingiustizia subita, per mano politica, da noi Magistrati della Procura della Repubblica di Salerno è per me insopportabilmente oltraggioso.
Oltraggioso per la mia dignità di Persona e di essere Magistrato.
Sono stata, nel generale vile silenzio, pubblicamente ingiuriata; incolpata di ignoranza, negligenza, spregiudicatezza, assenza del senso delle istituzioni; infine, allontanata dalla mia sede e privata delle funzioni inquirenti, così, in un battito di ciglia, sulla base del nulla giuridico e di un processo sommario.

Per bocca sua e dei suoi amici e colleghi, la posizione dell’Associazione era già nota, sin dall’inizio.

Quale la colpa? Avere, contrariamente alla profusa apparenza, doverosamente adottato ed eseguito atti giudiziari legittimi e necessari, tali ritenuti nelle sedi giurisdizionali competenti.
Avere risposto ad istanze di verità e di giustizia. Avere accertato una sconcertante realtà che, però, doveva rimanere occultata.

Né lei, né alcuno dei componenti dell’associazione che oggi degnamente rappresenta ha sentito l’esigenza di capire e spiegare ciò che è davvero accaduto, la gravità e drammaticità di una vicenda che chiama a riflessioni profonde l’intera Magistratura, sul suo passato, su ciò che è, sul suo futuro; e non certo nell’interesse personale del singolo o del suo sponsor associativo, ma in forza di una superiore ragione ideale, che è – o dovrebbe essere – costantemente e perennemente viva nella coscienza di ogni Magistrato: la ricerca della verità.

Più facile far finta di credere alla menzogna: il conflitto, la guerra tra Procure, la isolata follia di “schegge impazzite”.
Il disordine desta scandalo: immediatamente va sedato e severamente punito.
Il popolo saprà che è giusto così.
E il sacrificio di pochi varrà la Ragion di Stato.

L’Associazione intende entrare nel merito. Chiuso.

Nel dolore di questi giorni, Signor Presidente, il mio pensiero corre alle solenni parole che da Lei (secondo quanto riportato dalla stampa) sarebbero state pubblicamente pronunciate pochi attimi dopo l’esemplare “condanna”: “Il sistema dimostra di avere gli anticorpi”.

Dunque, il sistema, ancora una volta, ha dimostrato di saper funzionare.

Mi chiedo, allora, inquieta, a quale “sistema” Lei faccia riferimento.
Quale il “sistema” di cui si sente così orgogliosamente rappresentante e garante.

Un “sistema” che non è in grado di assicurare l’osservanza minima delle regole del vivere civile, l’applicazione e l’esecuzione delle pene?
Un “sistema” in cui vana è resa anche l’affermazione giurisdizionale dei fondamentali diritti dell’essere umano; ove le istanze dei più deboli sono oppresse e calpestato il dolore di chi ancora piange le vittime di sangue?
Un “sistema” in cui l’impegno e il sacrificio silente dei singoli è schiacciato dal peso di una macchina infernale, dagli ingranaggi vetusti ed ormai irrimediabilmente inceppati?
Un “sistema” asservito agli interessi del potere, nel quale è più conveniente rinchiudere la verità in polverosi cassetti e continuare a costellare la carriera di brillanti successi?

Mi dica, Signor Presidente, quali sarebbero gli anticorpi che esso è in grado di generare? Punizioni esemplari a chi è ligio e coraggioso e impunità a chi palesemente delinque?

E quali i virus?

E mi spieghi, ancora, quale sarebbe “il modello di magistrato adeguato al ruolo costituzionale e alla rilevanza degli interessi coinvolti dall’esercizio della giurisdizione” che l’Associazione intenderebbe promuovere?

Ora, il “sistema” che io vedo non è affatto in grado di saper funzionare.
Al contrario, esso è malato, moribondo, affetto da un cancro incurabile, che lo condurrà inesorabilmente alla morte.
E io non voglio farne parte, perché sono viva e voglio costruire qualcosa di buono per i nostri figli.
Ho giurato fedeltà al solo Ordine Giudiziario e allo Stato della Repubblica Italiana.

La repentina violenza con la quale, in risposta ad un gradimento politico, si è sommariamente decisa la privazione delle funzioni inquirenti e l’allontanamento da inchieste in pieno svolgimento nei confronti di Magistrati che hanno solo adempiuto ai propri doveri, rende, francamente, assai sconcertanti i vostri stanchi e vuoti proclami, ormai recitati solo a voi stessi, come in uno specchio spaccato.

Mentre siete distratti dalla visione di qualche accattivante miraggio, faccio un fischio e vi dico che qui sono in gioco i principi dell’autonomia e dell’indipendenza della Giurisdizione. Non gli orticelli privati.

Non vale mai la pena calpestare e lasciar calpestare la dignità degli esseri umani.

Per quanto mi riguarda, so che saprò adempiere con la stessa forza, onestà e professionalità anche funzioni diverse da quelle che mi sono state ingiustamente strappate, nel rispetto assoluto, come sempre, dei principi costituzionali, primo tra tutti quello per cui la Legge deve essere eguale per deboli e potenti.
So di avere accanto le coscienze forti e pure di chi ancora oggi, nonostante tutto, crede e combatte quotidianamente per l’affermazione della legalità.
Ed è per essa che continuerò sempre ad amare ed onorare profondamente questo lavoro.

Signor Presidente, continui a rappresentare se stesso e questa Associazione.
Io preferisco rappresentarmi da sola”.

Dott.ssa Gabriella NUZZI
Magistrato

Read Full Post »

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.