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Archive for the ‘Post lista Benevento EcoSolidale’ Category

Le vere cause delle alluvioni.

Distruzione dell’Humus, disseccanti agricoli, abbandono dei terreni e distruzione di siepi… per migliaia e migliaia di ha …che confluiscono in ogni fiume…

Riportiamo agli agricoltori italiani la responsabilità della nostra salute.

di Giuseppe Altieri, Agroecologo

Se non mettiamo a posto l’agricoltura, liberandola dalla chimica che distrugge l’Humus e dalle speculazioni commerciali che provocano abbandono, le alluvioni saranno sempre più pericolose… per la mancanza di trattenimento delle acque “a monte” nei terreni agricoli.

Abbiamo oltre 25 miliardi di € di fondi comunitari di Sviluppo Rurale in Italia per il periodo 2007-2013 (ne sono stati spesi ad oggi meno della metà , ndr… e rischiamo di perderli anche per il prossimo periodo 2014-2020, se non li utilizziamo a dovere…), oltre ad almeno altrettanti fondi di cosiddetti Premi PAC di Sostegno al reddito degli agricoltori (con cui si continua a sostenere agricoltura chimica, ed allevamenti senza terra industriali, produttori di liquami inquinanti invece di fertile letame, ndr). (altro…)

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La Rete Arcobaleno sulle consultazioni amministrative 2011

Premessa
L’avvento del nuovo secolo coincide con la fine delle opportunità promosse dai sistemi di scala applicati ai processi economici e alle organizzazioni sociali.

Ne consegue un crollo del centralismo produttivo, quello che aggregava le grandi aree metropolitane, che porta con sé anche un crollo del centralismo ideologico: oggi, le province e la filiera corta sono portatrici di un nuovo modello di sviluppo che, diffusamente e in modo reticolare, è capace di nuova occupazionalità, redistribuzione del reddito, coesione sociale e tutela ambientale.

Come i territori, fino ad oggi periferici ai grandi centri urbani, sono ormai attori del cambiamento, così il cittadino è capace di cambiamento dal basso. Questo non consiste negli attivisti delle associazioni e nei comuni cittadini che prendono il posto degli assessori. Il cambiamento dal basso comporta che il cittadino mettendosi in discussione negli stili di vita, realizzando pratiche quotidiane responsabili, modifica il sentire comune della popolazione: visto che gli uomini politici, ma anche i corrotti, gli arrivisti e i criminali sono parte integrante della stessa popolazione (comprano nei nostri stessi supermercati, frequentano i nostri stessi luoghi di villeggiatura), questi individui assorbiranno quel cambiamento nel proprio sentire.


Considerando questa premessa, la Rete Arcobaleno evidenzia che l’esito delle prossime consultazioni amministrative non sia rilevante in quanto tutte le forze candidate sono accomunate da un omologante e superato modello di sviluppo che vorrebbe Benevento sempre più simile a quelle grandi aree metropolitane ormai fallimentari anche in termini economici. In questo contesto, anche lo stesso indagare su un’eventuale incoerenza dei candidati che si spostano da uno schieramento all’altro diventa superfluo.

Per le stesse ragioni, la Rete Arcobaleno non prevede che qualcuno dei suoi membri si candidi alle prossime consultazioni amministrative. Se qualcuno, proveniente dal mondo dell’ambientalismo e del volontariato collegato alla nostra rete, vorrà candidarsi, lo farà a titolo personale e determinando una scelta di campo con cui rinuncia a rappresentare il cambiamento dal basso. Nell’attuale contesto sociale, chiunque, proveniente dall’associazionismo, si candidi porterebbe solo credibilità a un modello di democrazia rappresentativa che non ha più senso di esistere.

Consideriamo, inoltre, fuorviante, nel secolo del cambiamento dal basso, ipotizzare che una lista di candidati possa esprimere la società civile.

Sebbene possa sfuggire ai molti, stiamo attraversando un cambiamento epocale: se navighiamo nel web, quello indipendente e biodiverso, non quello delegato ai social network, possiamo appurare che esistono fermenti rappresentativi di una nuova cittadinanza responsabile, quella che, capace di cambiamento, mette in pensione quegli intellettuali che, dediti prevalentemente alla delega, nella fruizione di giornali, del web, di teatri e di musei, anche quando credono di protestare, risultano custodi dello status quo.

Una società civile proporzionata al XXI secolo, non delegando agli altri la responsabilità politica e penale di un malessere collettivo, non si riconosce neanche nei giustizionalisti che, disinteressati a proporre un modello di sviluppo alternativo, appaiono prevalentemente interessati a guadagnarsi credibilità a spese degli altri, tra l’altro, con un’aggressività incoerente con il bene comune.  I giustizionalisti non vogliono cogliere che, quando si commette un reato o anche un’ingiustizia, non ravvisabile come reato, la responsabilità è dell’intera comunità: il reo del singolo delitto rappresenta l’anello più debole della comunità e costituisce la fenomenizzazione di un malessere collettivo che può risolversi realmente solo con una popolazione che si mette in discussione.

I portatori di cambiamento, impegnati in prima linea, agendo in prima persona, nelle emergenze rifiuti, nella filiera corta, nei gruppi d’acquisto solidale, nel commercio equo e solidale, nell’acqua pubblica, nell’inclusione sociale, nell’integrazione degli immigrati, esprimendo un nuovo sentire collettivo che riflette nella pratica quotidiana una continuità con ogni aspetto del bene comune, mettono in pensione anche un antiquato associazionismo fatto di retorica e di presenzialismo.

La Rete Arcobaleno, grazie all’apporto di Art’Empori, considera come tassello fondamentale del cambiamento dal basso quel sentire femminile che, nonostante l’omologazione in corso, si differenzia ancora da quello maschile. Mentre qualcuno ancora promuove le quote rosa, dando per scontato che il modello da perseguire sia quello maschile, noi riscontriamo nel pensiero della differenza femminile, come in altre forze finora minoritarie, una risorsa immunitaria in risposta al crollo del modello culturale occidentale che è stato sempre permeato dal sentire maschile.

Se epurato da millenni di condizionamenti del pensiero unico, il mondo femminile, lontano dalla scena pubblica, portatore di cooperazione, solidarietà e cura, può aiutarci a comprendere che il mondo si trasforma realmente tramite le emozioni quotidiane e non tramite gli eventi calati dall’alto.

Alessio Masone
Cofondatore della Rete Arcobaleno

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Venendo a mancare Serafino Zullo, padre di Tullio, viene meno un uomo fondamentale nella conduzione delle attività di volontariato che La Cinta Onlus mette a disposizione delle altre associazioni della Rete Arcobaleno, a favore della comunità di Benevento EcoSolidale e a giovamento diffuso del territorio beneventano.

Le associazioni aderenti alla Rete Arcobaleno esprimono la loro vicinanza a Tullio, Gloria, Silvia e Serafino.

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Note ecosolidali per Nicola Cocchiarella, partigiano del territorio

Nicola Cocchiarella è stato il portavoce del “Comitato No inceneritore a Fragneto l’Abate”. Lo conobbi quando, a questo titolo, relazionò in un dibattito che si promosse, nel cortile della mia libreria, nell’estate 2007, per contrastare l’insediamento degli inceneritori a biomasse nel Sannio.

Da allora, rimase in contatto con la comunità della Rete Arcobaleno, anche come componente del gruppo di discussione Benevento EcoSolidale.

Nell’ottobre 2008, fondò, con alcuni di noi, “Sannio in Movimento per le identità e l’autonomia del territorio”, un movimento che vuole reagire a quell’egemonia napoletana che utilizza i territori delle province interne per scaricare le conseguenze del proprio fallimentare sviluppo, come quando realizza, nel Sannio, megadiscariche al servizio di una fraudolenta gestione dei rifiuti campani.

Con la stessa indole, nel novembre 2009, è stato tra i primi sottoscrittori della “Petizione contro la realizzazione della centrale termoelettrica di Ponte Valentino”, altro megaimpianto deciso, dalla Regione Campania, a scapito del territorio sannita.

Grazie a Nicola, saremo più determinati a continuare, a ogni scoraggiamento che incontreremo nella difesa del territorio.

E’ scomparso il 28 gennaio 2010, ma Nicola vive a Fragneto l’Abate: chi non esiste solo per sé, il legame con il territorio lo rende immortale.

(alessio masone – rete arcobaleno)

                                                 

Nella foto grande (scattata da Orlando Vella), Nicola Cocchiarella a Barcellona, nel novembre 2009. Nelle foto piccole, scorci di Fragneto l’Abate.

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Filosofia verde
Scritto da Ubaldo Nicola
Tratto da Diogene N° 15 Editoriale

Ci sono pensieri inquinanti e pensieri sostenibili? Il profeta della
lotta al riscaldamento globale, _Al Gore, accusa la filosofia
occidentale di aver allevato un uomo narcisista e superbo, che
credendosi signore del mondo scorrazza come un predone provocando
devastazioni ovunque arrivi_. E poi ci mettiamo a parlare di foreste
vergini e luoghi incontaminati, implicitamente rassegnati all’idea che
gli unici luoghi non sfigurati siano quelli dove non abbiamo ancora
messo piede. Aristotele, Bacone, Cartesio, un po’ tutti i padri
spirituali del razionalismo vengono messi sotto processo: l’imputazione
è di averci fatto perdere l’antica saggezza del vivere in armonia con la
natura, per inseguire il delirio di onnipotenza di chi vuole rifare la
Terra a sua immagine e somiglianza.

Atteggiamento riassumibile in un termine: antropocentrismo, un fattore
che inquina le menti predisponendo un terreno fertile per
l’irresponsabilità ambientale, tanto quello che conta è solo l’uomo,
anzi, l’utile più immediato, per non dire il capriccio. Perché non si
inceppi il ciclo depredazione-consumo-rifiuti c’è bisogno di una
mentalità che lo consideri il “normale” modo di soddisfare i nostri
bisogni. (altro…)

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(Ri)suggerisco per lettori curiosi un libro corposo e molto informato (per esperienza diretta). Parla dell’America, ma io l’ho trovato illuminante.
Viene ripercorsa ogni possibilità alimentare per vedere come si produce ciò che mangiamo: dal fast-food alla cucina vegan fino al cibarsi di cose trovate (o cacciate) da sé. Appassionante come un romanzo.
Nicola Sguera

Michael Pollan
Il dilemma dell’onnivoro
traduzione di Luigi Civalleri
2008 , 2ª ediz. , pp. 487
euro 28,00 – Adelphi Edizioni

Ecco la scheda di presentazione.

Che cosa mangiamo e perché? Sono domande che ci poniamo ogni giorno, convinti che per rispondere basti sfogliare la rubrica di un giornale, o ascoltare per qualche minuto l’ultimo imbonitore nutrizionista ospitato in tv. Ma se quelle domande le si guarda un po’ più da vicino, come fa Michael Pollan in questo documentato e brillantissimo saggio, forse il primo sull’argomento a non prendere nessun partito, se non quello dell’ironia e del buon senso, le risposte appaiono meno scontate. Che
legga insieme a noi le strepitose biografie del pollo «biologico» riportate sulla confezione di petti del medesimo, o attraversi le lande grigie e fangose del Midwest, dove milioni di bovini nutriti a mais e
antibiotici vivono la loro breve esistenza fra immense pozze di liquame, egli arriva immancabilmente a conclusioni di volta in volta raccapriccianti o paradossali. Il problema, che Pollan descrive con rigore ed e- strema chiarezza, è che trovarsi al vertice della catena
alimentare — cioè poter mangiare, a differenza delle altre specie, pressoché tutto — offre all’homo sapiens numerosi vantaggi, ma lo espone anche a quasi infinite possibilità di manipolazione. Per condurre una vita meno insana, dunque, l’onnivoro ha bisogno di sapere, sui propri appetiti e sui propri meccanismi adattivi, almeno quanto ne sanno gli strateghi dell’industria alimentare.

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Joan Martinez-Alier
ECOLOGIA DEI POVERI
LE LOTTE PER LA GIUSTIZIA AMBIENTALE
Jaca Book – 2009 – 38 euro

«A lungo la storia dell’ambientalismo ha coinciso essenzialmente con la storia di come le élites bianche dei paesi ricchi hanno scoperto la bellezza e la fragilità della natura, e di come hanno cercato di proteggerla. Dietro questa versione dell’ambientalismo è possibile intravedere un’idea della natura e delle sue relazioni con la società: l’aspirazione a un ambiente sano e – perché no? – bello sarebbe, dunque, un lusso da ricchi e colti, fuori dall’orizzonte e dai bisogni dei poveri. (…)

Ma è un altro l’ambientalismo che qui interessa e che costituisce l’oggetto centrale dello studio di Alier: non l’ambientalismo dei ricchi, dei parchi nazionali o dello sfruttamento razionale delle risorse naturali, ma quello dei poveri, che mischia linguaggi e chiede giustizia sociale e ambientale più che una generica protezione della natura o un suo più efficiente utilizzo. Ovviamente questo approccio implica non solo una revisione delle culture ambientaliste, ma anche un ripensamento dell’idea stessa di natura; nel libro di Martínez Alier essa non è tanto un luogo di contemplazione o lo spazio della ricreazione, ma piuttosto la base materiale di sostentamento delle comunità che, difendendo quella natura, difendono se stesse e la loro sopravvivenza. (…) (altro…)

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Ho scannerizzato questo articolo apparso su «Carta» della scorsa settimana.
Nicola Sguera

L’agricoltura senza trivelle
(da «Carta», 20-26 giugno)

Per produrre un chilo di carne con le tecniche agricole attuali, che fanno ampio ricorso a fertilizzanti chimici, antiparassitari e macchine agricole, occorrono sedici litri di benzina. Secondo l’Istat il consumo di carne in Ita­lia è di ottanta chili a testa: una famiglia di quattro persone, che ne mangia 320 chilogrammi l’anno, consuma più di 5mila litri di benzina, quanta ne occorre per percorrere da 50 a 75 mila chilometri in auto. Il passaggio a una dieta vegetaria­na, osserva Maurizio Pallante nella prefazione del Manuale di sopravvivenza alla fine del petrolio [di Albert K. Bates, Aam Terra nuova], oltre ad apportare grandi miglioramenti in termine di salute, consentirebbe di ridurre i consumi di fonti fossili in misura più rilevante di quanto si potrebbe otte­nere dal blocco totale del traffico au­tomobilistico privato. Basterebbe ri­durre della metà il consumo di carne per ottenere risultati importanti.

Ripensare l’agricoltura, dunque, conviene non solo per avere cibi più buoni, più sani e più equi. Le vie d’uscita in questo caso si chiamano agricoltura biologica [senza chimica e Ogm], filiera corta e cortissima, [auto-produzione, gruppi di acquisto solida­le e i mercati locali], agricoltura urba­na, sovranità alimentare, biodiversi­tà, autonomia energetica delle azien­de agricole. Nelle quali non è difficile produrre energia da micro-impianti eolici e solari, e persino dal letame.

Un modo di lavorare la terra che coinvolge contadini, amministratori, commercianti del nord e del sud del mondo e soprattutto cittadini consu­matori, In grado di scegliere e dl re­cuperare la capacità di trasformare e di conservare il cibo attraverso i saperi che l’immaginario consumista ha imposto di dimenticare per favori­re il bisogno di acquistare al super­mercato cibo pronto, non di stagione, proveniente da regioni lontane e dif­fuso dai giganti dell’agroindustria.

Se è impossibile quantificare i nu­meri dell’autoproduzione, è invece più facile leggere i dati della rete dei Gruppi di acquisto solidale: i Gas in Italia sono quattrocento, ma diverse centinaia sono quelli non censiti, e so­no in crescita. Cosi come, nonostan­te il moltiplicarsi di centri commer­ciali, sempre più persone fanno la spesa nel mercati di quartiere.

Anche la storia di Michael Able­man, segnalata dal manuale di Bates, dice qualcosa dell’agricoltura infor­male destinata a crescere con la fine del petrolio: Michael insieme ad altri coltiva alcuni ettari di terra a Los An­geles, raccoglie pomodori, meloni e zucche dove c’erano asfalto e spazza­tura. l’esperienza di Los Angeles è og­gi un punto di riferimento importan­te per il movimento internazionale dell’agricoltura urbana. In Europa ci sono decine di migliaia di orti urbani in città come Berlino, Copenaghen, San Pietroburgo. A Vancouver, in Ca­nada, una famiglia su due autoprodu­ce così il proprio cibo, per non parla­re di altri continenti e città, dal Cairo, dove oltre un quarto delle famiglie alleva animali, ad Accra e Shanghai.

L’agricoltura non fossile è anche quella raccontata nel documento fina­le di Terra Preta, il forum sulla crisi alimentare mondiale, promosso da reti contadine e ong a Roma, in paralle­lo al vertice Fao e qualche giorno pri­ma del congresso mondiale del biolo­gico di Modena [18-20 giugno, orga­nizzato anche da Aiab, l’Associazione italiana per l’agricoltura biologica]: realizzare una produzione agricola basata sulla piccola proprietà e preva­lentemente per il consumo locale; combattere la speculazione finan­ziaria dei “futures” delle derrate ali­mentari; promuovere lotte contro le importazioni forzate di frumento, ma anche contro produzione ed espor­tazione di agro-carburanti imposte da imprese transnazionali e Wto.

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Quanta acqua c’è sul pianeta
La percentuale di quella dolce, rispetto al totale è solo il 2,5 %.
Di questa quantità, ben il 70% è bloccato nei ghiacciai e nelle calotte polari.
La percentuale di TUTTA l’acqua dolce che è utilizzabile per usi umani è inferiore all’1% di tutta quella disponibile
sul pianeta, ghiacciai e poli compresi.
 
Qual è il consumo medio, in un anno, per persona, di acqua dolce?
Negli Stati Uniti: 1.851.170 litri a persona
In Italia: circa 810.000 litri a persona
In Africa: 245.944 litri a persona 
 
Quali sono le Nazioni in cui si consuma più acqua imbottigliata?
Al primo posto: gli Stati Uniti, con 26 miliardi di litri
Al secondo: Il Messico, con 18 miliardi di litri
Al terzo e quarto, più o meno a pari merito: Cina e Brasile, con circa 12 miliardi di litri
Al quinto e sesto posto, anche qui più o meno a pari merito: Italia e Germania, con circa 10 miliardi di litri. 
IN ITALIA, LA MEDIA DEL CONSUMO E’ DI CIRCA 185 LITRI DI ACQUA MINERALE PER PERSONA.
 
Quante persone, nel mondo, non hanno accesso a fonti di acqua sicure e utilizzabili?
1 miliardo e 100 milioni 
 
E quante non hanno accesso ad adeguati sistemi di fognature e depurazione?
2,6 miliardi 
 
Numero delle persone che muoiono, ogni anno, a causa dell’uso di acqua non potabile o per malattie dovute ad assenza di fognature:
1 milione e 600mila 
 
Numero di persone che vivono in Paesi dove è accertato lo il sovra sfruttamento, insostenibile, delle falde acquifere:
Circa 3,5 miliardi 
 
Quanta acqua in bottiglia si consuma? Consumo globale di acqua minerale, o imbottigliata, nel mondo (dati 2004):
154 miliardi di litri 
 
Andamento dei consumi nei cinque anni 1998-2004
Incremento del 57 %
 
E quanto si spende, ogni anno nel mondo, per l’acqua minerale o imbottigliata?
100 miliardi di dollari
 
Altri spunti su cui riflettere
– In alcuni Paesi e per alcune marche, un litro di acqua minerale costa di più di un litro di benzina.
– Oltre un quarto di tutta l’acqua in bottiglia commercializzata percorre in nave, treno o camion, lunghissime distanze per raggiungere i
consumatori. Una marca di acqua imbottigliata in Finlandia arriva fino in Arabia Saudita, percorrendo quasi cinquemila chilometri e bruciando
incredibili quantità di carburante da fonti non rinnovabili.
– Negli Stati Uniti si può comprare acqua imbottigliata nelle Isole Fiji, distanti qualcosa come novemila chilometri.
– Energia fossile, non rinnovabile, è usata anche per produrre le bottiglie. Dal petrolio, infatti, si fabbricano le bottiglie di PET-polietilen-tereftalato. La quantità di petrolio utilizzata in un anno negli USA per produrre le bottiglie è pari a 17 milioni di barili, quanta ne basterebbe per far viaggiare l’intero parco automobilistico di quel Paese per un anno.
– Sempre negli USA, quasi il novanta percento delle bottiglie di plastica finisce poi in discarica, dove ci mette più di mille anni per degradarsi.
– Per produrre 1 chilo di PET sono necessari poco meno di 2 chili di petrolio e 17 litri di acqua; i processi di lavorazione rilasciano
nell’atmosfera 2,3 chili di anidride carbonica, 0,40 grammi di idrocarburi, 25 grammi di ossidi di zolfo e 18 grammi di monossido di carbonio. Per non parlare dell’inquinamento da trasporto.

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Penso sia necessario innestare quello che andiamo facendo su scala locale in un contesto globale. Allego, dunque, due articoli annunciati: quello di Sullo e quello di Viale, apparsi sul “manifesto” di due giorni fa.
Nicola Sguera.

La borsa crolla: siamo contenti?
di Pierluigi Sullo

Con mia grande sorpresa, mi ha telefonato un giornalista del Corriere della Sera. Chiedeva il mio parere sulla crisi finanziaria globale. Ma io non sono un economista né un analista finanziario, mi sono detto. Poi ho capito che il gentile redattore del Corriere voleva sapere se io, o noi di Carta, in quanto «no global» (come dicono loro) fossimo malignamente contenti del fatto che tutta l’impalcatura finanziaria sta venendo giù proprio come il movimento altermondialista aveva predetto. Non so se di questa conversazione si troverà traccia sul Corriere che esce oggi, perciò riferisco la mia risposta: no, non sono per niente contento, perché a rimetterci è come al solito la gente comune, e caso mai provo una certa rabbia, perché ricordo di aver partecipato a un forum su questo tema a Genova, nel luglio del 2001, dopo di che fummo presi a manganellate o peggio. Ho aggiunto che gli stati, e le loro banche centrali, si comportano come un tale che regala soldi non suoi a un giocatore di casinò che si è rovinato perché continui a giocare. E che dunque non c’è speranza che gli stati decidano di rovesciare sui piedi il sistema finanziario, e ci vorrà – purtroppo – un gran trauma sociale per convincere noi tutti a cercare altre strade. Ho aggiunto che l’unico vantaggio di questa situazione, forse, è che diventa evidente agli occhi di tutti la differenza tra l’economia virtuale e drogata della finanza e il valore d’uso delle cose. Ho detto infine (lo so, ai giornalisti bisogna dire solo battute veloci) che il governo Berlusconi, incitato tra gli altri dal Corriere della Sera, ha appena deciso che tutti i servizi pubblici devono essere privatizzati in nome dell’efficienza e così via, ciò che consegna l’acqua, i trasporti pubblici e altri servizi essenziali alla nostra vita nelle mani di quegli stessi giocatori d’azzardo.
Perché riferisco questo colloquio? Perché mi pare ovvio che si sia arrivati a un dunque, che forse, come ha scritto Riccardo Petrella in un articolo, pubblicato in questa pagina e che sarà sul prossimo settimanale di Carta (che alla crisi finanziaria dedica un dossier molto ampio), il crollo delle borse è «una buona notizia», perché trascina con sé la meta-ideologia che ci ha soffocato da trent’anni a questa parte e perché propone con urgenza di cercare altre strade. Ma è sicuro che arrivarci costerà fatica e sofferenza a miliardi di esseri umani, che dovranno, oltre a cercare di sopravvivere, inventare un qualche altro sistema per decidere insieme. E è altrettanto certo che non serve il coro di sospiri di sollievo di sinistra che ha accolto i 700 miliardi di dollari che il governo degli Stati uniti ha gettato sul tavolo della roulette (senza successo, per altro), decisione che dimostrerebbe come lo stato torna a comandare sull’economia. E’ noto come le tragedie si ripresentino, quando lo fanno, in forma di farsa: l’intervento delle banche centrali è una cattiva commedia, perché fa fare agli stati la figura dell’investitore di borsa deficiente, che compra i titoli spazzatura (o «tossici») pur sapendo che sono tali, invece che impiegare quei soldi – per dire – nell’acquisto delle case i cui mutui i cittadini non riescono a pagare, sostenendo in un colpo solo le banche e le famiglie indebitate. A me non pare un gran controllo pubblico, anzi mi sembra l’opposto: il controllo privato sui soldi dei contribuenti. Ma se fosse vero che il valore d’uso delle cose (uso questo linguaggio di sinistra per farmi capire anche dagli adoratori dello stato) si separa bruscamente, agli occhi di molta gente, da quello finanziario, e cioè si diffonde l’idea che quel che è essenziale alla vita della comunità va protetto dal mercato capitalista, allora bisognerebbe notare che questo processo è già in atto, nella forma dell’auto-organizzazione – crescente – della produzione e distribuzione di beni, da quelli alimentari a vari servizi, ecc. Ovvero: la ciambella di salvataggio dall’implosione di un sistema in se stesso dissennato non è in una sua «moderazione» e controllo da parte di stati che sono ormai connaturati a quel sistema, ma nell’appropriazione da parte della società dell’economia, parola che etimologicamente – suggerisce Latouche – significa «cura della casa».Post scriptum. Il nostro appello a abbonarsi sta avendo un buon riscontro. 5 mila abbonamenti consentirebbero a Carta di sopravvivere al tentato omicidio. Se fate un abbonamento biennale, scommettete con noi sul futuro.

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di CARLO PETRINI

L’agricoltura in Italia determina la formazione del 15% del Pil relativo all’agroalimentare, dà lavoro al 4% della popolazione occupata. Gli addetti sono in costante calo: 901mila nel 2008, 924mila del 2007 e 982mila nel 2006. I giovani sono il 2,9% del totale, anche qui, di lunga molti meno che in Francia e Germania (7,5% circa in entrambi i Paesi). Sono dati che dovrebbero calamitare l’attenzione non solo di chi governa, ma in generale di chi vuole comprendere e analizzare le pieghe dell’attuale crisi e, allontanandosi dagli slogan, provare a capire come sta funzionando il Paese in questo periodo, come si stanno comportando le persone, le aziende, i consumi, le vite reali.
Invece un malinteso senso della modernità e del business porta ormai molti politici ad allontanarsi sempre più dalla considerazione dei territori e delle loro peculiarità ed esigenze, per riferirsi esclusivamente ai mercati per lo meno nazionali, ma preferibilmente internazionali. Il che significa filiere lunghissime, trasporti, monocolture, grande distribuzione, necessità di input chimici per le coltivazioni, apertura agli Ogm. Significa, sostanzialmente, ulteriore industrializzazione del modello agricolo: grandi quantità, uniformità, concentrazione e priorità alle esigenze di chi vende piuttosto che a quelle di chi coltiva e consuma. La parola magica è “competitività”, e quindi “export”, ovviamente riferito al “made in Italy”. (altro…)

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Alla Associazione Nazionale Magistrati – Roma

“Signor Presidente,
Le comunico, con questa mia, l’irrevocabile decisione di lasciare l’Associazione Nazionale Magistrati.
Il plauso da Lei pubblicamente reso all’ingiustizia subita, per mano politica, da noi Magistrati della Procura della Repubblica di Salerno è per me insopportabilmente oltraggioso.
Oltraggioso per la mia dignità di Persona e di essere Magistrato.
Sono stata, nel generale vile silenzio, pubblicamente ingiuriata; incolpata di ignoranza, negligenza, spregiudicatezza, assenza del senso delle istituzioni; infine, allontanata dalla mia sede e privata delle funzioni inquirenti, così, in un battito di ciglia, sulla base del nulla giuridico e di un processo sommario.

Per bocca sua e dei suoi amici e colleghi, la posizione dell’Associazione era già nota, sin dall’inizio.

Quale la colpa? Avere, contrariamente alla profusa apparenza, doverosamente adottato ed eseguito atti giudiziari legittimi e necessari, tali ritenuti nelle sedi giurisdizionali competenti.
Avere risposto ad istanze di verità e di giustizia. Avere accertato una sconcertante realtà che, però, doveva rimanere occultata.

Né lei, né alcuno dei componenti dell’associazione che oggi degnamente rappresenta ha sentito l’esigenza di capire e spiegare ciò che è davvero accaduto, la gravità e drammaticità di una vicenda che chiama a riflessioni profonde l’intera Magistratura, sul suo passato, su ciò che è, sul suo futuro; e non certo nell’interesse personale del singolo o del suo sponsor associativo, ma in forza di una superiore ragione ideale, che è – o dovrebbe essere – costantemente e perennemente viva nella coscienza di ogni Magistrato: la ricerca della verità.

Più facile far finta di credere alla menzogna: il conflitto, la guerra tra Procure, la isolata follia di “schegge impazzite”.
Il disordine desta scandalo: immediatamente va sedato e severamente punito.
Il popolo saprà che è giusto così.
E il sacrificio di pochi varrà la Ragion di Stato.

L’Associazione intende entrare nel merito. Chiuso.

Nel dolore di questi giorni, Signor Presidente, il mio pensiero corre alle solenni parole che da Lei (secondo quanto riportato dalla stampa) sarebbero state pubblicamente pronunciate pochi attimi dopo l’esemplare “condanna”: “Il sistema dimostra di avere gli anticorpi”.

Dunque, il sistema, ancora una volta, ha dimostrato di saper funzionare.

Mi chiedo, allora, inquieta, a quale “sistema” Lei faccia riferimento.
Quale il “sistema” di cui si sente così orgogliosamente rappresentante e garante.

Un “sistema” che non è in grado di assicurare l’osservanza minima delle regole del vivere civile, l’applicazione e l’esecuzione delle pene?
Un “sistema” in cui vana è resa anche l’affermazione giurisdizionale dei fondamentali diritti dell’essere umano; ove le istanze dei più deboli sono oppresse e calpestato il dolore di chi ancora piange le vittime di sangue?
Un “sistema” in cui l’impegno e il sacrificio silente dei singoli è schiacciato dal peso di una macchina infernale, dagli ingranaggi vetusti ed ormai irrimediabilmente inceppati?
Un “sistema” asservito agli interessi del potere, nel quale è più conveniente rinchiudere la verità in polverosi cassetti e continuare a costellare la carriera di brillanti successi?

Mi dica, Signor Presidente, quali sarebbero gli anticorpi che esso è in grado di generare? Punizioni esemplari a chi è ligio e coraggioso e impunità a chi palesemente delinque?

E quali i virus?

E mi spieghi, ancora, quale sarebbe “il modello di magistrato adeguato al ruolo costituzionale e alla rilevanza degli interessi coinvolti dall’esercizio della giurisdizione” che l’Associazione intenderebbe promuovere?

Ora, il “sistema” che io vedo non è affatto in grado di saper funzionare.
Al contrario, esso è malato, moribondo, affetto da un cancro incurabile, che lo condurrà inesorabilmente alla morte.
E io non voglio farne parte, perché sono viva e voglio costruire qualcosa di buono per i nostri figli.
Ho giurato fedeltà al solo Ordine Giudiziario e allo Stato della Repubblica Italiana.

La repentina violenza con la quale, in risposta ad un gradimento politico, si è sommariamente decisa la privazione delle funzioni inquirenti e l’allontanamento da inchieste in pieno svolgimento nei confronti di Magistrati che hanno solo adempiuto ai propri doveri, rende, francamente, assai sconcertanti i vostri stanchi e vuoti proclami, ormai recitati solo a voi stessi, come in uno specchio spaccato.

Mentre siete distratti dalla visione di qualche accattivante miraggio, faccio un fischio e vi dico che qui sono in gioco i principi dell’autonomia e dell’indipendenza della Giurisdizione. Non gli orticelli privati.

Non vale mai la pena calpestare e lasciar calpestare la dignità degli esseri umani.

Per quanto mi riguarda, so che saprò adempiere con la stessa forza, onestà e professionalità anche funzioni diverse da quelle che mi sono state ingiustamente strappate, nel rispetto assoluto, come sempre, dei principi costituzionali, primo tra tutti quello per cui la Legge deve essere eguale per deboli e potenti.
So di avere accanto le coscienze forti e pure di chi ancora oggi, nonostante tutto, crede e combatte quotidianamente per l’affermazione della legalità.
Ed è per essa che continuerò sempre ad amare ed onorare profondamente questo lavoro.

Signor Presidente, continui a rappresentare se stesso e questa Associazione.
Io preferisco rappresentarmi da sola”.

Dott.ssa Gabriella NUZZI
Magistrato

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